domenica, settembre 03, 2006

BURGERTIME, DATA EAST (1982)


Bei tempi, quelli dove c’erano videogiochi che ti mettevano nei panni del barista, dello chef e del giardiniere. Burgertime era proprio uno di questi, e gironzolare con il cappello da cuoco sulla testa non è mai stato tanto divertente, almeno per chi non ha ancora iniziato a spignattare con gusto in cucina. Io ho appena cominciato, e la mia tragedia con i falafel di qualche giorno fa sarebbe stata da filmare, tanto si è rivelata prevedibile e assurda al tempo stesso. Ma si diceva di Burgertime, già già. O di Hamburger, come era conosciuto in Giappone, che poi è lo stesso. Come lo stesso era il protagonista, tale Peter Pepper che i più hanno da sempre associato al celebre Sergente degli Scarafaggi di Liverpool. Il gioco a vederlo da lontano sembrava un sacco Donkey Kong, e non è che avvicinandoti la sensazione cambiasse più di tanto. Resta il fatto che l’idea di fondo, quella di un cuoco inseguito da uova all’occhio di bue e salamelle fameliche lungo un tortuoso labirinto di vassoi, era geniale. Geniale al punto tale che una storia del genere potevi aspettartela pure cantata da uno come Paul Roland. Che a Burgertime probabilmente non ha mai giocato, ma che di cose del genere ne ha viste a strafottere. Lo scopo del gioco era quello di preparare dei panini giganti, impilando le fettone di mozzarella e le foglie di lattuga semplicemente camminandoci sopra, così da sbatterle giù una sopra l’altra. Il povero Peter Pepper, insomma, era protagonista di un vero e proprio incubo ad occhi aperti, uno di quelli che vengono a farti le boccacce di notte quando ti sei andato ad incastrare in un lavoro alienante, spossante e ben poco stimolante. Un lavoro normale, insomma. Uno di quelli che in tempi più civili, di tanto in tanto, ti veniva pure in mente di provare a fare. Anche solo per gioco.